Borsellino e la sua scorta: la strage a ventisei anni di distanza

Era il 19 luglio 1992, una giornata come questa, ma di ventisei anni fa, quando avvenne la strade di Via d’Amelio, a Palermo e, in un attentato di stampo terroristico-mafioso, persero la vita il magistrato Paolo Borsellino insieme ai suoi cinque agenti di scorta: Agostino Catalano, 42 anni, Emanuela Loi, 25, prima donna a far parte di una scorta e prima della polizia di stato a cadere in servizio; Vincenzo Li Muli, 22 anni, Walter Eddie Cosina di 31 e Claudio Traina di 27 anni.

Questo è l’anno in cui la sentenza dei giudici della corte d’assise di Caltanisetta ha confermato che dietro quella pagina di storia c’è “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Il lavoro di ricostruzione della verità è stato lungo e faticoso, concluso con l’ammissione di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri del potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato.

Ieri la figlia del magistrato, Fiammetta Borsellino, ha annoverato tutti quei punti ancora oscuri della vicenda, stilando una lista di tredici domande irrisolte: è stata udita dalla commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, ribadendo che il lavoro della corte d’assise non può ancora chiudere l’indagine finché non avrà una risposta da dare ai figli del magistrato.

-Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra? Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti? Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo? Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione? 

Queste sono solo alcuni dei quesiti che potete trovare su ilfattoquotidiano.it.

Noi non possiamo fare altro che ricordare, commemorare con le parole; fare giustizia non spetta a noi, che abbiamo un compito ben più importante che ci ha lasciato Borsellino così:

“è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.”

La presidente del Senato Casellati, lo ha ricordato così: “Un eroe civile. Un patrimonio di quell’Italia che non si è piegata”.

Fonte: Wikipedia ilpost.it

About Ilaria Marcoccia

Giovane scrittrice, futura editor, giornalista per passione e curiosità. Sempre a caccia di una storia che valga la pena di essere raccontata

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