La censura sulla occupazione cinese in Tibet

Non se ne parla quasi mai, piuttosto è consigliabile non farlo per non causare tensioni con un grande partner commerciale come la Cina, ma l’occupazione del Tibet va avanti lo stesso.

Dal 2009 sono 160 i monaci buddisti che si sono dati fuoco, l’Associazione Italia-Tibet denuncia solo la situazione ancora non risolta e la censura attuata dai governi intervistando il presidente dell’associazione Claudio Cardelli “Noi saremo sempre qui a difendere la sacra causa del Tibet e il futuro della nostra civiltà”, ha detto, per sigillare l’occasione.

La politica della Cina sulla questione è nota: vuole mantenere il controllo dell’area e il riserbo assoluto sull’argomento.

La pressione è fortissima e agisce a più livelli, mettendo a tacere denunce risoluzioni, anche quelle portate avanti da parte dei maggiori organismi internazionali (Unione Europea compresa).

Il Dalai Lama ha rinunciato al ruolo di guida politica del popolo tibetano affidandolo all’avvocato Lobsang Sangay, ora Primo Ministro del Governo in esilio.

Una mossa strategica importante: il governo cinese non potrà approfittare del vuoto di potere provocato dalla morte del Dalai Lama per imporre un proprio uomo al governo del Paese.

Gli scontri continuano e dobbiamo prenderne atto, la Via di Mezzo tra una indipendenza totale e una forma di autonomia all’interno dei confini cinesi sembra ad oggi la più attuabile delle soluzioni ma nemmeno questa via viene accolta dal governo cinese.

Fonte: Linkeista

About Ilaria Marcoccia

Giovane scrittrice, futura editor, giornalista per passione e curiosità. Sempre a caccia di una storia che valga la pena di essere raccontata

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