Fabrizio De Andrè, 20 anni dalla sua morte

Venerdì 11 gennaio è la data che sancisce i vent’anni dalla scomparsa di Fabrizio De André (il 18 febbraio avrebbe compiuto 79 anni). Ciò che colpisce di questa ricorrenza è il sentimento al tempo stesso di perdita e di presenza perché la sua opera e il suo pensiero rimangono intatte nella sfida del tempo rinnovandosi nel passaggio tra le generazioni.

Basta pensare al successo che sta incontrando The André, un ragazzo che con la voce praticamente identica a quella di Faber, il soprannome creato dal suo fraterno amico Paolo Villaggio, rilegge con stile cantautorale i brani più celebri della trap italiana.

Un artista a tutto tondo, che ha sempre preferito la definizione di cantautore a quella di poeta spesso associategli. Perché se in De André le parole avevano un peso preponderante e scintillavano per la loro forza, la parte musicale, soprattutto da un certo momento in poi della sua carriera, è sempre stata altrettanto curata.

Sin dai primi anni 70, con le molteplici sfumature di “Non al denaro non all’amore né al cielo” e  “Storia di un impiegato“, dove emerge il De André più politico che racconta il ’68 e il maggio francese, album entrambi arrangiati da Nicola Piovani. E poi lui, nato sugli chansonnier francesi, in particolare George Brassens, si apre al folk e al rock di matrice americana, prima grazie a Francesco De Gregori(“Volume 8“) e poi con Massimo Bubola(“Rimini“).

Fonte: Ansa.it / Tgcom24.it

About Veronica Pozzi

Laurea Triennale in Servizio Sociale presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Laureanda magistrale in Management delle Politiche Sociali e dei Servizi Sociali presso l'Università degli Studi Roma 3.

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